A giugno di quest’anno sono stato in Zimbabwe, alla scuola di Nechishala. Inizialmente mi sarebbe piaciuto raccontare della giornata a scuola, del progetto che abbiamo finanziato, delle cose che abbiamo visto. Avrei voluto inserire anche qualche virgolettato di Lovemore Nyoni, la persona che dieci anni fa mostrò per la prima volta a Joaquin la scuola di Nechishala. La persona da cui tutto questo, in qualche modo, prende il nome.

La verità è che non farò nulla, o quasi, di tutto questo. Se volete un commento più tecnico, vi rimando a questa pagina . Qui voglio piuttosto condividere quello che mi sono portato a casa da questo viaggio e, per farlo, mi piacerebbe iniziare da una domanda, la stessa che mi è stata posta quando ero in Zimbabwe: qual è, secondo voi, quella cosa imprescindibile, necessaria, perché una scuola possa esistere? Pensateci un attimo. Cosa rispondereste?

Io ho pensato ai professori. Qualcuno mi ha risposto i libri, altri l’edificio in sé. Mia mamma, argutamente, ha pensato a studenti e studentesse. Sono tutte risposte che, dal nostro punto di vista, hanno perfettamente senso. Eppure, nessuno, me compreso, ha pensato all’acqua.

Se lo Zimbabwe mi ha insegnato qualcosa, se questa domanda mi ha insegnato qualcosa, è che le prospettive vanno ridimensionate. Una scuola non può esistere senza acqua. Un bambino, se non beve, non solo non può andare a scuola: non può proprio vivere. E allora, se manca l’acqua, la priorità è trovarla. Poi viene la scuola. Lo stesso vale per gli insegnanti: cosa ne è di quella gola che si fa secca dopo ore di lezione, se non c’è nulla da bere? Quella che a noi sembra una condizione talmente elementare da non meritare nemmeno di essere nominata, a Hwange è il primo problema da risolvere.

Thurles, Irlanda, 1952
Thurles, Irlanda, 1952

Facciamo un altro esempio. A Nechishala dormono 28 studentesse e 9 studenti. I ragazzi sono meno perché possono dormire ospiti nelle case vicine alla scuola. Il dormitorio femminile, invece, dista duecento metri dalle latrine a pozzo. Stavo percorrendo quella strada con le ragazze del dormitorio e pensavo a cosa volesse dire farla di notte. Il buio lì è vero, un buio pesto, le notti in cui la luna non c’è. Sai che paura, pensavo, a fare sta strada con tutte le bestie selvagge che ci sono nella savana?

Lovemore, come se avesse letto nella mia mente, si è girato verso di me e mi ha domandato: what if there’s a man? La questione mi colpisce dritta nel plesso, come un calcio forte che toglie il respiro e lascia sotto shock.

E se ci fosse un uomo?
Dietro la Gare Saint-Lazare, 1932
Dietro la Gare Saint-Lazare, 1932

Fino a quel momento stavo pensando a quello che poteva esserci nella savana. In un secondo, Lovemore mi aveva costretto a guardare da un’altra parte.

Quando abbiamo letto i report, la prima volta, sul disagio del bushboarding nella scuola di Nechishala ci ha colpito un dato: 1 studentessa su 3 rinuncia agli studi per gravidanze indesiderate. Per risolvere il problema è stata istituita la figura di una matrona, una donna più anziana, rispettata dalla comunità che, in modo volontario dorme con le ragazze e accompagnandole ai bagni durante la notte, in media si svegliava venti volte a turno.

Poi dall’Italia sono stati donati 8500 euro e la matrona è tornata a dormire. E le ragazze hanno smesso di percorrere quei duecento metri, perché il bagno ora è alla fine del corridoio del dormitorio.

In questo modo cambiano le prospettive.

Siviglia, Spagna, 1953
Siviglia, Spagna, 1953

Il problema forse è che il nostro modo di pensare è radicalmente disabituato a realtà come quelle che contemporaneamente abitano il nostro mondo. Camminavo ieri il tragitto che da casa raggiunge il mio liceo. In cinque anni ho provato tante emozioni su quella strada: ansia, quasi ogni giorno; paura di dover comunicare il votaccio preso, spesso; felicità di un compito andato bene, raramente; ma mai, mai, paura per l’acqua che manca.

Mentre scrivo questo testo, studentesse affrontano un’altra notte sperando di non dover andare in bagno e se il corpo a tutti i costi chiama, sperando di poter attraversare quei duecento metri senza incontrare nessuno. Sperando di non finire come la loro amica, che ha continuato a frequentare le lezioni finché la pancia non è diventata troppo grossa per nascondere quello che era successo.   Non è pietà quella che dovrebbe rimanerci addosso, è realtà, che va affrontata con la consapevolezza dei privilegi che abbiamo e che forse dovrebbe portarci, tutti e tutte, a fermarci per un attimo a riflettere su come potremmo cambiare le cose.

Bruxelles, Belgio, 1952
Bruxelles, Belgio, 1952

E la verità, il cambio di prospettiva, è che basta davvero poco. La tassa per semestre di uno studente è quel “quaranta euro” che vedete evidenziato in basso a destra nella homepage del blog. Duecento euro comprano una bicicletta per evitare di dover percorrere a piedi i chilometri che separano uno studente dalla scuola. Seicento euro, per quattordici persone – quelle che con me grazie a Sivola sono venute in Zimbabwe – significano: la possibilità per ventotto ragazze di sentire per la prima volta in vita loro la sensazione di una doccia. Significano il poter dormire la notte senza paura di essere stuprate nel tragitto del bagno. Significano una donna di cinquant’anni che può tornare a dormire.

In questo modo cambiano le prospettive, guardandole da un punto diverso. E qualche volta basta spostarsi di pochi metri.

Duecento, per esempio.


Tutte le foto sono di Henri Cartier-Bresson